Dante Ambrogi è nato a Gubbio nel 1924 e qui vive nel popolare
Quartiere di S. Martino di cui riflette il sentimento ed il costume.
Laureatosi in Medicina e Chirurgia all'Università di Perugia esercita
da anni la libera professione di medico. È specializzato in Cardiologia, in
Medicina Interna e in Tisiologia. È stato per 45 anni, con grande umanità e
professionalità, il medico di tante famiglie eugubine.
Nel 1985 ha ricevuto, come riconoscimento per la sua dedizione alla
professione medica, il "Valentino d'oro" (Terni).
Ha più volte partecipato a premi letterari di poesia riuscendo primo
in alcuni come nel "Premio Ungaretti", vinto due volte, nel
"Gran Premio Italia" (Napoli), nel "Premio Iacopone da
Todi", nel "Premio De Amicis" (Torino), nel "Premio
Zeus" (Rimini), ecc.
Fa parte dell'Accademia S. Marco (Napoli) e dell'Associazione Amici
dell'Umbria (Terni).
Ha pubblicato nove raccolte di poesie:
-
Ritagli di
tempo (1960)
-
Poesie di
trenta anni (1987)
-
Poesie tra
cronaca e fantasia (1996)
-
Ritagli di
poesie e racconti (1997)
-
La potatura
degli alberi (1998)
-
Anni percorsi
(1999)
-
Attimi liberi
(2000)
-
Spazio
dautunno (2001)
-
Speranza
(2002)
-
Tramonto
(2003)
-
Ombra e Luce
(2004)
-
Misticismo
che continua... (2005)
Ha pubblicato,
oltre ad un breve caleidoscopio letterario religioso, anche due libri:
Il Dr. Ambrogi è
sempre stato vicino alla poesia, fin dai tempi del Liceo classico.
Ha sempre creduto che la poesia "è un'affermazione positiva, non un modo
di liberare l'emozione, ma una fuga dall'emozione". Della sua attività
di poeta dice: "mi sembra di esprimermi in sentimenti umani dettati
dalla fatalità del momento, dalle rapidi e difficili occasioni proposte
dall'esistenza umana, dalla stessa morte che si associa al rimpianto ed al
ricordo e speranza di una divina Provvidenza.
Credo ancora che la poesia resta per ciascuno di noi il linguaggio che
travalica i confini del tempo e della storia".
Il suo concetto di vita: "la vera vita è un incontro di colloqui di
sguardi intrecciati nel silenzio dell'amore".
Brani scelti:
Gubbio
di sera
Corri
San Giorgio
San
Martino
Gubbio di sera
Sono tegole forti sbiadite nel tempo
tetti con lucerna aperti al cielo
comignoli dei tetti anneriti dal tempo
strade consunte dai passi. 
Ho vissuto tranquillo
tra le tue mura Gubbio
ruvide dal peso della storia
guardo talvolta i cipressi
essi vigilano e difendono il tuo colore
catturando i raggi del sole fino al tramonto.
Il torrente attraversa la tua pianura
la tua città mentre ora le prime foschie della sera
contrastano con le braccia delle gru.
Tutti sono intenti a ricostruire il tuo passato
mentre sotto le volte degli stretti passaggi
senti i fruscii dei piccioni
e vedi l'ultimo concittadino
attraversare il tempo del futuro.
Corri San Giorgio
vivi, corri San Giorgio
non devi mollare
vivi corri non essere automa, 
Sii Santo
con la forza per provare emozioni,
con occhi acuti
per vedere luce del Protettore
con la spada per sfiorare l'avvenire.
Non crederti il cavaliere del mondo
ma crediti il centro della corsa.
Scendi dal tuo trono
come un angelo calligrafo
sul quale non siedi
ma stai sospeso
dominatore del folle volo.
sarai sempre una luce
perché saliremo nella tua nave azzurra
per conquistare gl'incanti
dell'altra sponda,
ove sommessi nell'altare dell'amore
pregheremo
perché solo il tuo fluire
è imperativo crescente.
S. Martino
"La nebbia agli irti colli
"
La festa di San Martino ha un sapore particolare. È l'anticamera dell'inverno
specialmente nei borghi agricoli dove si assaggia il vino nuovo, ultimo
prodotto dell'annata e si preparano le scorte. 
Nel quartiere eugubino di San Martino la festa ha un significato diverso anche
se gli estimatori del buon vino sono maggioranza e le botti da forare non
mancano malgrado parecchie cantine siano trasformate in negozi e in garage.
Un momento di gioia e di serenità al di là degli affanni quotidiani, delle
umane passioni, delle divisioni.
La felicità domestica è un traguardo molto difficile.
Quella del quartiere, almeno sulla carta, dovrebbe essere quasi impossibile.
Invece a San Martino la gente è quasi sempre felice perché non ha perso il
gusto delle cose semplici, della battuta sdrammatizzante, dell'amicizia
cementata magari da una accanita "briscola" e da qualche quarto di
quello buono.
Il giorno di San
Martino l'amicizia diventa più stretta, l'allegria più
contaminata, le battute più frizzanti.
Il quartiere si trasforma in un immenso borgo senza perdere la sua dignità di
cuore di una città adagiata pigramente sulle pendici pietrose del monte.
Il consumismo, che è riuscito a contaminare anche le più genuine espressioni
del folklore, ha trovato a San Martino vie e vicoli sbarrati.
Gli unici segni di questa devastante civiltà sono le salsicce in cima alla
cuccagna e il vino per digerirle.
D'altra parte sono anche i segni di un passato che nessuno vuole rinnegare. Un
passato che rivive ogni giorno, ma in particolare per la festa del quartiere.
La nebbia sale su per le balze dell'Ingino e del monte Foce. L'odore del vino
rallegra tutti e gesti antichi, quasi ripetitivi, che si compiono il giorno di
San martino, ci riportano indietro nel tempo.
Dalle pieghe della memoria riemergono personaggi e situazione che invitano
alla riflessione.
Mancano soltanto le vecchie osterie dove venivano serviti anche piatti
semplicissimi per aiutare a bere. Ormai il bar la fa da padrone. Ma a San
Martino anche il bar ha una sua originalità, anche se esteriormente è come
tanti altri, riesce a conservare uno spirito arcano che lo fa sembrare
osteria.
Quelle osterie di Anesio, di Astolfo, di Tore, di tanti altri.
Troppo spesso si è guardato a queste persone come a delle
"macchiette" o se volete, per usare una espressione tutta
sammartinara, a delle "leggere".
Invece erano grandi maestri di vita.
Sapevano accontentarsi di poco e sdrammatizzare anche le situazioni più
complesse.
Tore, per esempio, aveva un debito con la Giuina. Un debito di vino.
La Giuina lo rincorreva per le vie di San Martino. E Tore gridava a
squarciagola, quasi implorando: "Giuina me li darete".
Una dimostrazione di grande dignità.
Sulle battute fulminanti dei Sammartinari si potrebbe scrivere un libro di
mille pagine.
Il trionfo dell'anima popolare.
Un'anima popolare che, malgrado tutto non è ancora morta.
D'altra parte l'anima non può mai morire.
Anche se i tempi sono cambiati e tutto ciò che è popolare viene guardato con
sospetto, la tradizione a San Martino e dintorni non si è spenta.
Bastano tre nomi: Baistrocchi, Balenella, Chico. Tre artisti. Il primo del
restauro, il secondo del ferro, il terzo del pennello.
Anche Pinocchio usava il pennello. Non per creare suggestive immagini, ma per
coprire pareti sconnesse.
Si potrebbe trovare un minimo denominatore comune nel vino. Ma sarebbe
ingiusto.
Tutte queste persone, ed anche altre che non è possibile citare solo per
esigenze di spazio, hanno avuto e hanno un denominatore comune nella semplicità
e nella bontà.
Due sentimenti che consumismo, materialismo, individualismo, permissivismo
hanno cancellato dalla faccia della terra, ma non da San Martino.
Dunque, evviva San Martino che è anche capitale della solidarietà.
Non a caso la Società
Operaia di Mutuo Soccorso di Gubbio ha sede nel quartiere.
